Rischio di cancro alla prostata triplicato in 25 anni

Il rischio di sviluppare un cancro alla prostata è triplicato negli ultimi 25 anni, secondo un recente studio, mentre i ragazzi nati nel 1990 presentano una percentuale di rischio del 5% (1 su 20), quelli che nasceranno nel 2015 presenteranno una percentuale di rischio del 14% (1 su 7). I fattori principali che hanno determinato questa crescita sono: l’uso maggiore di test diagnostici e l’allungamento della vita umana. Il test dell’antigene prostatico specifico (PSA), che 25 anni fa aveva permesso di individuare 15.000 tumori alla prostata, attualmente viene utilizzato con grande frequenza e permette di diagnosticare circa 41.000 nuovi casi ogni anno. Inoltre, poiché la vita si è allungata, gli uomini hanno un rischio maggiore di sviluppare questa malattia, visto che colpisce in modo particolare le persone in età avanzata. Il lato positivo è che, fortunatamente, la percentuale di mortalità collegata all’insorgenza di questo tumore si è ridotta del 18% negli ultimi 20 anni. Questo perché, con il passare del tempo, i test diagnostici ed i trattamenti sono stati notevolmente migliorati. Il grosso passo avanti fatto dalla ricerca, però, non è sufficiente visto che gli uomini continuano ad ammalarsi e che vengono spesso sottoposti a terapie non necessarie. L’attuale obiettivo dei ricercatori, infatti, è quello di sviluppare nuovi test diagnostici più precisi ed affidabili, visto che il PSA non permette di capire con precisione se il paziente ha o meno sviluppato un tumore e, se sì, di che natura (aggressiva o non aggressiva). Ciò porta molte volte i medici a sottoporre i loro pazienti a trattamenti, come la chirurgia e la radioterapia, che prevedono effetti collaterali poco piacevoli e che spesso compromettono la loro qualità di vita. A volte basterebbe solo monitorare periodicamente i malati, senza ricorrere a nessun tipo di terapia. Si spera che nei prossimi anni la ricerca riesca a raggiungere risultati ancora più soddisfacenti.